Introduzione al socialismo.

Nella seconda metà del '700 vediamo l'affermarsi di un modello produttivo incentrato sulla fabbrica, questa radicale trasformazione delle strutture produttive viene solitamente indicata come rivoluzione industriale, i cui effetti avrebbero progressivamente trasformato la civiltà moderna. La rivoluzione industriale ebbe però anche gravi ripercussioni sociali; si verificò una forte emigrazione verso i nuovi centri industriali. Questi lavoratori, che per l'eccesso di manodopera vivevano nella paura della disoccupazione ed erano costretti ad accettare inumane condizioni di lavoro, andarono a costituire una nuova classe sociale cui fu dato il nome di proletariato, poiché la propria ricchezza è data solo dal lavoro e dai figli. Al proletariato si contrappongono gli imprenditori, i capitalisti (così detti perché accumulano capitali). Le condizioni di lavoro erano pesantissime, i salari erano ai limiti della sussistenza, gli orari erano di 12-16 ore giornaliere, mancava l'assistenza per malattia e per vecchiaia, non si poteva avere un minimo di autonomia sul lavoro. Le problematiche sulle condizioni di vita e di lavoro dei proletari, in particolar modo in rapporto con i datori di lavoro, vanno a costituire la questione sociale. Agli sforzi del proletariato di organizzarsi per difendere i loro diritti vennero incontro i primi assertori del socialismo. 

Capitalismo. Il capitalismo è una teoria economica secondo cui la ricchezza viene dal lavoro industriale, in particolar modo maggiore è il lavoro maggiore è la ricchezza, seguendo la logica del profitto. Inoltre favorisce il libero mercato, lo stato non può quindi intervenire né nella fase produttiva né nel commercio (liberismo).

Teorici del capitalismo sono ad esempio gli economisti classici, perché hanno impostato il loro studio su un tipo di economia che legittima il capitalismo. Prendiamo per esempio Smith e Ricardo.

Smith era davvero convinto che le leggi di libero mercato avrebbero migliorato la qualità di vita di tutti, non vedeva quindi che si sarebbe potuto verificare un forte distacco tra poveri e ricchi, sfruttamento minorile,... La sua teoria si dice infatti anche 'teoria della mano invisibile', che fa in modo che le ricchezze siano equamente distribuite.

Ricardo esaminò un po' di più gli aspetti critici del sistema: si accorse che la società industriale non era poi così giusta. Il sistema capitalistico poteva andare incontro ad un arresto dello sviluppo economico, a causa della tendenza dei profitti alla diminuzione. Si occupa quindi di trovare un sistema per porre le ricchezze in maniera più equa. Ha quindi una maggiore criticità rispetto a Smith. 


Socialismo.

Marx si confronta con le opere di Ricardo e Smith, e ritiene che essi abbiano commesso un errore di partenza: il problema non sta nel momento di distribuzione della ricchezza, ma fin dal momento di produzione.

Per Marx bisogna quindi eliminare il capitalismo fin dalle radici, per poi arrivare a teorizzare il socialismo.

Il socialismo propugna una giustizia sociale ed una condivisione della ricchezza, tuttavia non tutte le forme di socialismo giungono a propugnare il comunismo dei beni, eliminando la proprietà privata.

Esistono diversi tipi di socialismo: il socialismo scientifico (x es. Marx e Engel) e tipi di socialismo utopico, così chiamati perché non prevedono il raggiungimento dei loro obiettivi sociali con la rivoluzione (come sosterrà invece il socialismo scientifico di Marx), bensì progettavano a tavolino delle società utopiche.

Saint-Simon è un socialista utopistico e un teorico del positivismo (ovvero cerca di elaborare un pensiero concreto ed efficace che parte dall'esperienza e ha lo scopo di migliorare le condizioni della società). Secondo Saint-Simon il problema sociale esiste perché esistono parassiti della società, che non lavorano ma sfruttano il lavoro degli altri. Dunque a comando della società ci dovranno stare, secondo Saint-Simon, gli scienziati (sofocrazia=potere al sapiente) e gli imprenditori (quelli che lavorano, non i parassiti), essendosi mostrati capaci di dirigere la produzione nei vari settori ed essendo i legittimi rappresentanti degli interessi di tutte le classi produttrici. Ma la scienza è universale e pacifica, e dunque la nuova società industriale, fondata sulla tecnologia e sulla scienza, sarà contrassegnata da una forma di progresso pacifico, senza violente fratture rivoluzionarie. Inoltre le ricchezze dovrebbero secondo lui essere distribuite secondo il criterio della meritocrazia, ovvero più si da e più si ottiene, e viceversa.

Fourier imposta invece il discorso sul comunismo dei beni: il lavoro non deve essere costrittivo, ma un'attività che provi piacere a fare. Secondo lui quindi i mestieri si possono alternare e ognuno deve essere libero di scegliere il lavoro che preferisce; inoltre non c'è alcun bisogno del surplus, e senza surplus non ci sarà più differenza sociale.

Proudhon teorizza un socialismo anarchico e, secondo Marx, utopistico. Utopistico perché vede la società pacifica e anarchico perché secondo lui non ci devono essere autorità centrali che comandano sugli altri; le persone si devono comunque autoregolare e lo stato fa solo da regolatore. Proudhon vede infatti lo stato come oppressore, pensa quindi che la soluzione sia che gli uomini si organizzino da soli. Per chi lavora è legittimo il possesso dei mezzi di lavoro, quindi chi lavora dovrebbe avere la proprietà in comune con i datori.

 

MARX 

Marx accetta la critica al capitalismo ma ne critica il carattere utopistico che finora l'ha contraddistinta, precisando che dal socialismo utopistico si deve passare al socialismo scientifico, ovvero il socialismo va inteso non come delineamento mentale di una società ideale, bensì come necessaria conseguenza del tramonto imminente del capitalismo. Studiando in modo approfondito il capitalismo, infatti, è impossibile non vedere come esso si ribalterà, prima o poi, nel suo opposto. La storia stessa è stata finora la storia di lotte di classe, ovvero vi è sempre stata lotta tra chi detiene i mezzi di produzione (terre, fabbriche, ecc) e chi non li possiede.

L’analisi marxiana prende il via dal concetto basilare di merce, cioè l'oggetto che entra nel mercato. Il valore della merce dipende sia dal suo valore d'uso, ovvero il valore per la funzione che ha, sia il valore di scambio, ovvero il valore che ha all'interno del mercato. Per Marx il valore della merce coincide con il lavoro sociale necessario per produrlo. Tuttavia il valore non coincide con il prezzo, perché il prezzo dipende anche dalla richiesta.

Marx confronta la società industriale con quella preindustriale: nella società preindustriale la merce dava denaro per poter comprare altra merce (MDM'); al contrario nella società capitalista viene attuato il sistema del profitto, ovvero si investe denaro per ottenere merce così da ottenere altro denaro (DMD'). C'è profitto grazie al lavoro impiegato a livello sociale.

Il valore di scambio è quindi equivalente alla quantità di lavoro sociale necessaria per produrre merce. Sul mercato c'è quindi anche la forza-lavoro, che diventa una merce. Quindi la forza-lavoro ha un valore, ma sa anche produrre altro valore, al contrario delle altre merci. Ma quindi la forza-lavoro equivale alla quantità di lavoro necessaria per produrlo. Quindi il valore della forza-lavoro, che corrisponde all'operaio, dovrebbe corrispondere al salario. Però non ci sarebbe profitto se paghi la forza-lavoro come la merce; allora viene riconosciuto un valore inferiore alla forza-lavoro. Il plusvalore è appunto il valore prodotto dalla forza-lavoro che non gli viene riconosciuto (=valore forza lavoro – valore riconosciutogli).

Il saggio del profitto è il rapporto tra plusvalore e capitale investito. Il capitale investito è la somma tra capitale costante, ovvero il capitale investito per il mezzi di produzione (questo si deve spendere sempre per mandare avanti la fabbrica), e capitale variabile, cioè il salario dato agli operai. La legge di caduta tendenziale del saggio di profitto dipende dal capitale investito che tende ad aumentare, quindi o lascio a casa degli operai o abbasso i salari, perché se voglio aumentare il profitto devo investire in macchine migliori, quindi il capitale costante tende a salire. L'ingiustizia sociale nasce quindi dal momento di produzione. Marx propone allora di eliminare la proprietà privata, eliminando quindi anche lo sfruttamento di pochi su molti. Viene quindi a costruirsi una società dove gli uomini si sarebbero dovuti autogovernare, secondo il criterio che ognuno deve dare secondo capacità e ricevere secondo il bisogno, non c'è quindi meritocrazia. Chi lavora prende il potere, è quindi un governo dei più sui pochi (dittatura di proletariato); quindi si parla di una società senza stato, senza alcuna autorità (secondo Marx infatti lo stato tende all'autoritarismo). Tuttavia l'abolizione della proprietà privata non era di tutto ma solo dei mezzi di produzione.

Ci voleva quindi questa rivoluzione del proletariato, perché il proletariato si sarebbe formato una coscienza di classe. Inoltre la storia si nutre del conflitto tra due classi, che in quest'epoca sono il proletariato ed i capitalisti. Prima c'erano invece i servi della gleba e i feudatari e avevano vinto i servi della gleba alla fine. Infatti secondo Marx tra due classi inizialmente in equilibrio si arriva poi sempre al conflitto che inverte i rapporti tra le due classi.

La storia è data dall'economia e la struttura è composta da due elementi: le forze produttive e i rapporti di produzione. Le prime consistono nella forza-lavoro, i mezzi, la tecnologia,... Mentre i rapporti di produzione (o rapporti di proprietà) sono i rapporti tra le due classi (in questo caso proletari e capitalisti).

Le forze produttive però evolvono più velocemente e c'è quindi l'esigenza di cambiare i rapporti di proprietà. Nasce così una lotta tra le due classi, perché i capitalisti vogliono mantenere i rapporti di produzione come prima.

Quindi secondo Marx il capitalismo è destinato a finire; pensa quindi che il suo sia un socialismo scientifico perché è basato sulla storia.

In Marx si parla di materialismo storico, concezione secondo cui a fare la storia non è la coscienza ma l'economia.